Fatti mandare dal don alla bottega del sarto 

«Uff... ma perché tra tutti i bambini e i ragazzi che ci sono il don ha chiesto proprio a noi di recuperare i tessuti che servono per la festa di riapertura dell’oratorio?» Ambra non pedalava con la solita vivacità. Si vedeva che il compito le stava alquanto stretto.
«Oh ma dai, a me l’idea piace!» Celeste invece, era di tutt’altra idea.
«Sì, ma è un compito così... da femmine!» Chicco pose l’accento su quell’ultima parola, roteando gli occhi al cielo.
«Guarda il lato positivo: possiamo scegliere noi i costumi: non hai sempre voluto un vestito... che ne so, da entomologo?» Lele si focalizzò sull’aspetto emozionante dell’ingrato compito.
«In effetti, un bel gilet multitasca, con dei pantaloni in tessuto tecnico da esploratore, non sarebbe male!» Enrico si riscosse per un attimo: come sempre, gli insetti riuscivano a tirarlo su di morale.
«Io desidero invece una divisa da inuit, per poter viaggiare trainato da husky anche a -12°! MEEEE MEEEE PIÙ VELOCI! – Lele scambiò il manubrio della bici per le redini di un’immaginaria slitta – E poi, un abito da principessa dei ghiacci per Celeste e... e anche uno da cacciatrice di foche per te, Ambra!»
«Guarda che abbiamo un budget... oltre che un chiaro e preciso elenco di materiale, non possiamo inventare noi: il tema è già stato scelto!» Ambra sollevò un sopracciglio, mentre legava la bici a un palo della luce poco distante dalla boutique.
«Vabbè qualche licenza potremmo pur prendercela... poi qualche centesimo avanzerà.» Lele si rifiutava di tornare con i piedi per terra, ma con un colpo deciso spalancò la porta dall’atelier, facendo tintinnare la delicata campanella dell’ingresso.

«Buongiorno, posso esservi utile?» Immediatamente, un giovanotto vestito in modo elegante sbucò dal retrobottega e si avvicinò al lungo bancone. 
«Ci manda il don. Dobbiamo scegliere i vestiti per la festa dell’oratorio.»
Il nuovo arrivato li guardò, poi come chi ha capito le mosse che dovrà fare per vincere una partita a scacchi, disse: «Vado immediatamente a chiamarvi qualcuno più esperto di me in materia». Stava per girare i tacchi e scomparire nuovamente in quel “retro” magico, quand’ecco che la campanella suonò di nuovo.
«Buongiorno Francesco» una signora di mezz’età con un tailleur autunnale alla moda e una magliettina di pizzo chiaro sorrise al ragazzo che, al vederla, tornò sui suoi passi. Accennò quindi un rapido «Vogliate scusarmi un secondo» ai bambini, prima di sorriderle: «Signora Moroni, è un piacere vederla quest’oggi. L’abito che ha chiesto per il matrimonio di sua figlia è proprio qui».
Da un armadio a muro posizionato dietro il bancone – che i bambini non avevano minimamente notato –, tirò fuori, con l’ausilio di un bastone, una gruccia a cui era appeso... un grande saccone di plastica bianca con una zip al centro. La signora ritirò il suo vestito: «Ottimo lavoro, Francesco, come ogni volta. Saluta Gabrielle da parte mia e dille che le invierò le foto». Poi lo stesso suono annunciò ai bambini che, come era entrata, la signora era uscita.
«Perdonatemi, non avrei mai interrotto il lavoro che mi avevate chiesto se non avessi saputo della breve durata della nuova commissione. Rimedio subito.» Francesco stava per lasciare il bancone, quando Ambra lo fermò con una mano: «Aspetta, perché le hai dato un saccone di plastica?».
Francesco la fissò: forse furono gli occhi verdi del giovane o la bambina si rese conto della domanda che aveva posto, perché arrossì vistosamente.
«Non siete pratici di questo mondo, vero?»
«Stiamo solo facendo un favore al don...» confessò Enrico.
«Bene, allora vi racconto un po’ quello che io faccio qui dentro: dietro quella porticina laggiù – e indicò le scale che davano al retrobottega misterioso – ci sono tante persone che mettono a frutto i loro talenti per disegnare, cucire, tagliare e creare creazioni che facciano sentire i clienti belli e speciali. Anche solo per una giornata importante. E io? Voi penserete che sia un semplice commesso, ed è così, ma anche io ho un ruolo in tutto questo. Quando hanno finito l’abito, intervengo io. Stirandolo in modo tale che vengano le pieghe giuste nel posto giusto; posizionandolo in una prima, sottile pellicola trasparente così che nessuna macchia possa rovinarlo, e poi ancora avvolgendolo nella sua sacca da viaggio  – quel “saccone di plastica” che avete visto anche voi – perché possa conservarsi al meglio; infine, consegnandolo di persona per accertarmi che tutto sia come il cliente desiderava. E per vedere i suoi occhi brillare, al pensiero di indossarlo.
Sembra che il mio mestiere, quello del commesso, sia solo piegare i vestiti e cercare di venderli, eppure non si può ridurre tutto a così poco. Io lavoro per valorizzare l’opera altrui, per darle risalto, per farla splendere.»
I bambini erano rimasti a bocca aperta: non erano mai stati in un atelier prima, ma i loro genitori li avevano costretti più volte in angusti negozi per provar loro abiti che non avevano voglia di indossare. Mai avevano provato a vedere l’operato dei commessi in quella maniera. 
Per questo, stavano ancora riflettendo sulla confessione del ragazzo quando Francesco, nuovamente, si eclissò.

I bambini si trovavano sull’uscio della porticina che conduceva al retrobottega, la voce di Francesco, il commesso dell’atelier, li chiamava da lontano, invitandoli a seguirlo. I quattro amici esitarono, timorosi e spaventati di quello che avrebbero potuto trovare al di là. «È come l’armadio di Narnia» disse Lele in un sussurro.  
«Io vado, magari mi cuciranno un bellissimo abito su misura, lungo e con i brillanti!» Celeste, con una piroetta, si eclissò nel buio. Ambra la seguì commentando: «Speriamo di non venire infilzati da qualche ago...» e con le mani afferrò i due maschi per condurli con sé.
Entrarono in una sala enorme, piena di specchi giganteschi. Al centro c’era un piano rialzato, come quello per le sfilate e tutto intorno delle poltroncine e degli appendiabiti. Era il luogo adibito alla prova vestiti e Celeste si fermò ammaliata, immaginandosi ricoperta di sete cucite con fili dorati, come le principesse delle storie. Ai lati della sala centrale si aprivano poi due stanze: una con tre diverse macchine da cucire e poi rotoli, fili, scampoli di ogni motivo e ogni colore; l’altra, in cui era stato assorbito Francesco, assomigliava più a un ufficio... ma doveva esserci passato un uragano, perché era costellata di fogli, schizzi e ritagli di giornali fin sulla porta!
Mentre osservavano tutto questo, non avevano fatto caso a una vecchina seduta sulla poltrona. Lei, tuttavia, aveva fatto caso a loro: «Siete voi quelli della prova delle 11.30? Lorena... per un abito da sposa?». E nel frattempo tentava di inforcare un paio di occhiali che teneva al collo, dalle lenti spessissime.
Chicco le rispose esitando, trattenendo a stento le risate: «No signora, ci manda il don. Siamo i bambini dell’oratorio».
L’anziana nel frattempo era riuscita a infilarsi gli occhiali e ora i suoi occhi apparivano amplificati dal gioco delle lenti: «Uh signùr! Perdonatemi... sapete, ho passato una vita qui dentro e ora la vista non è più quella di una volta. Volete una caramella?». Infilò le mani nelle tasche e porse loro manciate di confetti, duri e alle erbe, come fanno tutte le nonne. Gli amici si ritrovarono comunque ad accettare con gratitudine: la signora era troppo tenera perché rifiutassero.
«Ma... CIONF... lei ha davvero... CIONF... passato così tanto tempo qui?» domandò Ambra masticando il dolce, che le si continuava ad appiccicare ai denti.
«Questo posto è come una seconda casa per me: spendevo qui tutte le mie giornate prima e da quando sono rimasta sola ci vengo comunque tutti i giorni: ci sono persone che mi vogliono bene. Il mio nome è Rosa, ma quando entrai qui per la prima volta divenni, semplicemente, piccinina. Ai tempi della guerra non potevamo permetterci di studiare e quindi mia madre mi accompagnò in questo posto a dieci anni. Avevo delle dita sottili e la mia vista era forte... non come adesso! Ero l’incaricata degli aghi e degli spilli: se cadevano a terra li raccoglievo così che nessuno si facesse male, oppure passavo le ore a infilare i fili nella cruna... sapete, il buchino che c’è nell’ago. Nessuna era più veloce di me.»
I quattro si erano seduti sul pavimento, attorno alla poltroncina, e ascoltavano in silenzio quei racconti così lontani da loro, affascinati dalla testimonianza vivente della signora Rosa.
«Se facevo bene il mio lavoro, oltre ai due spiccioli che venivano consegnati ai miei genitori, ricevevo una caramella o un dolcetto. Sembra nulla, ma erano tempi duri, quelli. Quando compii dodici anni, il vecchio padrone della sartoria mi fece trovare una bambola di pezza. Me lo ricordo ancora, come se non fosse passato nemmeno un giorno! L’unico problema... era che non mi aveva regalato i vestiti per questa bambola! Allora, piano piano, oltre che raccogliere gli spilli e occuparmi degli aghi, iniziai ad aguzzare la vista e a guardare le sarte al lavoro. Osservavo come maneggiavano le stoffe, come giuntavano pezzi diversi per arrotolare le maniche e fare gli sbuffi. Con il tempo collezionai abbastanza pezzettini di scarto per poterli cucire insieme e mettere a frutto quello che avevo appreso. Feci il mio primo “vestito”... per una bambola di pezza!»
«Pazzesco... e pensare che io non ci gioco nemmeno più con tutti i vestiti delle Barbie che ho!» esclamò Celeste. Ambra si lasciò sfuggire un «Meno male» da chi ha sempre preferito le costruzioni ai giochi “da femmine”, ma un minuto dopo era di nuovo tornato il silenzio: Rosa stava proseguendo il racconto. «Ho osservato per anni, assorbivo tutto quello che vedevo e sentivo. La sera mi fermavo fino a tardi e la mattina ero la prima ad arrivare. Finché un giorno, una delle sarte anziane si ammalò e mi chiesero di prendere il suo posto. Come vedete, non l’ho più lasciato. Ora che sono vecchia, passo le giornate a raccontare la mia storia e a tramandare quello che ho visto alle nuove arrivate. Le ragazze di oggi non vivono più nel mondo che conoscevo io, ma non per questo si deve perdere la memoria di ciò che è stato. La mia esperienza, la mia vita, può ancora dare tanto. E se i miei occhi non ci vedono più, la mia mente è ancora lucida. Finché ci sarà qualcuno a cui raccontare la storia e la storia degli abiti che sono passati di qua, la mia voce non smetterà di narrare.»

I quattro erano a bocca aperta. Tutti. Anche Chicco, che non amava particolarmente ciò che riguardava la moda. Perfino Ambra, che considerava quel mondo un intrattenimento “da femminucce”, poco adatto a una come lei.
Rosa, l’antica piccinina, stava per riprendere la parola, ma Francesco la interruppe: «Rosa, cara, stanno arrivando Matilde e Claudia che volevano sapere da te come fare il punto a sopraggitto antico: sei l’unica che è ancora a conoscenza della tecnica. E voi, invece, perdonatemi l’attesa. Gabrielle è pronta a ricevervi». Lasciata l’anziana sarta, vennero condotti nella seconda stanza che avevano scorto entrando nel retrobottega.
«Sembra camera mia prima che passi la mamma!» Lele, stranamente si sentiva a suo agio in mezzo a tutta quella confusione. Pareva, infatti, che una mandria di bufali impazziti fosse passata di là. Ritagli di giornale, schizzi, scampoli di tessuti erano accostati a bellissimi disegni di nuove creazioni. Il tavolo, poi, era ingombro di modelli di carta velina, matite, gessetti e metri per misurare le forme dei corpi. In centro un manichino di legno stilizzato osservava distante i bambini.
«Scusate tanto, mia madre me lo ripete in continuazione: “Se il tuo ufficio non è ordinato, nemmeno la tua mente lo sarà e non riuscirai a concludere i tuoi lavori”. Ma non sono mai stata d’accordo con lei. L’ordine è importante, ma secondario: al primo posto c’è...».
«L’immaginazione!» esclamò Lele in contemporanea con la giovane ragazza che sorrideva loro dalla parte opposta della stanza. «È quello che penso anche io...» bofonchiò il bambino, il quale però era già stato conquistato da Gabrielle, la giovane e inventiva stilista dell’atelier.
«È l’immaginazione che muove tutto, che mi spinge ad andare avanti, che mi ha fatto sognare e poi concretizzare questa strada. L’immaginazione mi libera, mi solleva e mi spinge sempre un po’ più in là.» Mentre diceva queste parole si avvicinò a loro, ma era come se danzasse per aria: i suoi movimenti erano leggeri ed eleganti e gli occhi azzurri brillavano di vita piena.
«Ultimamente però è sempre più difficile» le confessò Lele. «Iniziano a prendermi in giro quando racconto delle avventure che vivo... nella mia testa. Non vogliono capire. Eppure basterebbe così poco e tutti potremmo scoprire magici mondi in cui essere semplicemente noi stessi!»
«Non solo “noi stessi”, saremmo la nostra versione migliore. La nostra versione più bella! È questo che faccio, quando creo un vestito. Compio un viaggio, penso a tutti quei luoghi che esistono al mondo e che ho visto solo in foto. Immagino spiagge bianchissime e montagne brulle, spazzate dal vento. Riesco a sentire il profumo delle spezie e il sapore della frutta esotica. Chiudo gli occhi e sono proprio lì. Poi mi guardo intorno e mi rendo conto che non è il mio mondo immaginario, ma è quello della persona di fronte a me, che mi sta parlando e raccontando di come vorrebbe che fosse il suo abito. Allora la vedo. Vedo come si muoverebbe in quell’ambiente e cosa direbbe e come si presenterebbe. Ecco che accade la magia. È come se si svestisse di tutto il grigiore della vita di città, di tutte le preoccupazioni e gli impegni che la rendono così frenetica e nervosa. Tutti diventano persone più belle. A quel punto riapro gli occhi e so che cosa desidero esaltare con la creazione che andrò a disegnare. Ognuno ha qualcosa di bello dentro di sé: con i miei vestiti lo metto semplicemente in luce.»
«Questa qui è PAZZESCA!» Lele si voltò verso gli altri, la bocca spalancata e le guance rosse. Gabrielle aveva rubato il suo cuore.
«Quindi adesso farai lo stesso con noi?» domandò Chicco che era curioso di sapere in che mondo avrebbe catapultato lui la giovane stilista.
«No, io ho già parlato con il vostro don di come si immaginava la festa di settembre: ho finito giusto ieri sera i modelli che fanno al caso vostro.» Lele era deluso, sperava di poter passare più tempo con lei, ma la ragazza così creativa aveva anche un impulso fortemente pragmatico e sapeva quale sarebbe stato il prossimo passo degli amici. Consegnando loro i fogli, li istruì: «Dovete andare nella porta accanto, che è la sala delle cucitrici. Là troverete Antonia, che vi prenderà le misure e cucirà i vostri abiti».
«Oh no, spilli sulla pelle!» la faccia di Chicco non faceva presagire nulla di buono.

Tre ore dopo Lele, Chicco, Ambra e Celeste si trovavano seduti sulle poltroncine di velluto, aspettando che le sarte dalle mani d’oro cucissero i vestiti di cui avevano bisogno. 
«Venite bambini, è tutto pronto!» una voce di donna li chiamò dalla stanza.
Nell’entrare Chicco si voltò per dire ai suoi compagni, la voce impastata dalla noia: «Meno male, non ce la facevo più... e poi sto iniziando ad avere una fame!» ma parlando all’indietro mentre camminava in avanti, inciampò sullo strascico di un abito. Il bellissimo vestito azzurro che una delle sarte stava cucendo a macchina, emise un rumore inconfondibile di stoffa lacerata. Enrico si paralizzò, ma il danno era fatto. L’abito si era strappato. Un “oh-oh” fu l’unico suono che uscì dalla sua bocca, poi chiuse gli occhi pronto per una sfuriata... ma non successe nulla. Li riaprì pian piano, uno alla volta per testare la situazione. Tuttavia, la signora con lo scialle sulle spalle e degli enormi occhiali con la montatura viola, che si trovava dietro la macchina da cucire, non lo sgridò. «Ecco, sei tale e quale al mio nipotino. Quante volte gliel’ho detto? “Angelo, fai una cosa per volta... guarda dove metti i piedi... non camminare girato all’indietro”. Niente è di coccio. E tu pure. Meno male che so fare il mio mestiere!»
Così, tirò fuori da sotto il tavolo uno scompartimento pieno zeppo di spilli, aghi, toppe e fili. Con gli occhiali ben saldi sul naso, prese in mano quello che restava del vestito, per valutare il danno.
«Siamo mortificati – si intromise Celeste – non è la prima volta che gli succede. È uno sbadato... ma gli vogliamo bene così.»
«Non che a volte non ci costi un po’ di fatica, sia chiaro!» aggiunse Ambra.
Bruna, la rammendatrice, sorrise alle due ragazze, ma si affrettò a chiarire: «No, non vi mortificate. Siete bambini e queste cose succedono. Non è nulla di grave, non c’è niente che non si possa riparare. Se c’è uno strappo, vuol dire che ci sarà anche una cucitura». Con fare sapiente, si mise all’opera e trovò un filo dell’esatto colore dell’abito, con cui aggiustare il danno.
Tre minuti dopo, aveva terminato e fece vedere ai bambini uno strascico quasi nuovo. La cucitura c’era, ma si vedeva appena e solo con una certa luce. Per chi non l’avesse saputo, sarebbe stato praticamente impossibile notare la riparazione.
«È incredibile! Quasi non lo vedo! Mi dispiace solo per quel “quasi”... non sarà più come prima, ed è colpa mia!» Chicco si sentiva sinceramente in colpa e dentro di sé si rimproverava parecchio. 
«Certo che non sarà più come prima. Nel lacerarsi, la stoffa subisce dei piccolissimi strappi che vanno fin nel profondo, nell’anima del tessuto. Puoi aggiustare il taglio più grosso, ma quelli lì sono invisibili. Il segno rimarrà sempre ed è giusto che sia così. Ti ricorderà del tuo errore. Ma sarebbe uno sbaglio molto più grave, se per una sciocchezza così piccola tu smettessi di indossare il tuo vestito. Devi continuare e andare avanti e cercare di fare meglio.»
«Eh, ma è come quando per sbaglio dico una frase che offende qualcuno e poi non mi parlano più... ci vogliono settimane prima che torniamo a giocare insieme!»
«Vero, le relazioni si riparano più lentamente della stoffa. Guardala in quest’altra maniera: quando tornerete a parlarvi, tu avrai imparato che cosa gli fa male e non lo dirai più. La vostra amicizia non sarà più spensierata come prima, perché avrete la consapevolezza del valore dell’altro.»
«Wow... e tutto questo, l’ha imparato cucendo vestiti?»
«Sono cresciuta in un piccolo paesino del sud, vicino al mare. Lì eravamo persone semplici e io ero l’unica a possedere una macchina da cucire, che tenevo in camera mia vicino alla finestra. Per questo tutte le donne venivano da me: chi con l’orlo di un pantalone da rifare, chi con la camicia preferita del marito, chi ancora con un maglione bucato. Io, pazientemente, rammendavo. Quello che ti ho spiegato prima, l’ho imparato mentre svolgevo il mio lavoro, ma non era la stoffa a parlarmi! Mentre cucivo, osservavo fuori dalla finestra le persone con le loro relazioni, i loro drammi e le loro piccole vittorie quotidiane. Osservavo la vita e rimettevo in sesto ciò che sarebbe stato altrimenti buttato. Dicono che sono diventata saggia, ma non ne sono così sicura. O meglio, non mi sento ancora così vecchia!» e, da dietro la spessa montatura color prugna, strizzò l’occhio ai quattro.

Uscendo dal retrobottega le voci dei bambini si sommavano l’una all’altra.
«È pazzesco quello che ci ha detto Bruna, la rammendatrice: non c’è strappo che non si possa ricucire!»
«Io penso ancora a Gabrielle, è la prima persona che esplora mondi lontani... restando a casa, come me!»
«A me invece sta venendo fame... meno male che abbiamo preso gli abiti per il don e possiamo tornare a casa. Anzi, facciamoci offrire una pizza da lui in oratorio... così, per sdebitarsi del favore. Sbrighiamoci!»
«Ehm... non vorrei dire» Celeste si ritrovò a interrompere il racconto emozionato dei suoi amici  «ma secondo me quella non era la porta giusta!»
In effetti, non si trovavano nel negozio. Dovevano essere usciti dalla parte sbagliata perché nella stanza non trovarono più il bancone di Francesco, il commesso. Erano circondati da delle file di... «letti a baldacchino?» Emanuele si guardò intorno, la luce era scarsa, quindi non riusciva a capire con chiarezza dove fossero entrati.
«Che schifo, che schifo, che schifo» Celeste iniziò a saltellare, le mani a coprirsi gli occhi e gli angoli della bocca ripiegati all’ingiù. La bambina era terrorizzata. «Voglio uscire, vi prego, usciamo, portatemi via da qui. SUBITO!» Ciò che l’aveva così tanto impressionata erano dei piccoli bruchi tutti bianchi, che risaltavano sul tappeto di foglie verdi brillanti sui quali erano adagiati. I vermiciattoli si muovevano pigri, trascinandosi su lunghi tavoli di legno. Muovendosi all’impazzata, tentando di trascinare via i compagni che ancora stavano cercando un orientamento, Celeste andò a scontrarsi con un signore dall’abbigliamento strano. Dovette essere sorpreso anche lui dalla presenza dei quattro nel suo ambiente, perché accese una piccola luce che rischiarò di poco la stanza, quel tanto che bastava per permettere loro di capire dove fossero. 
L’uomo indossava un cappello spiovente con una retina sul davanti e, quando la portò all’indietro per parlare con i ragazzi, un paio di occhi a mandorla li guardò con curiosità. «Questa non me l’aspettavo. Non ricevo mai visite!» L’accento era marcato, ma il sorriso timido spinse Lele a parlargli: «Ci siamo persi! Stavamo cercando l’uscita e dobbiamo aver sbagliato il portone, e poi la mia amica, Celeste, si è spaventata alla vista di tutti questi... esseri... ma adesso ce ne andiamo immediatamente. Anzi, se ci può indicare la via più breve, togliamo il disturbo in un batter d’occhio!».
«Perché tutta questa fretta? Non c’è bisogno di correre e scappare... rischiate solo di fare del male ai miei amici!» e accarezzò con le mani fasciate da lunghi guanti bianchi il bordo dei tavolacci. In tutto ciò, Celeste ancora non si era levata le mani dalla faccia, anzi, aveva affondato la testa nell’incavo della spalla di Ambra.
«Che posto è questo?» domandò Chicco, ora che la sua vista si stava abituando.
«Benvenuti nel bachificio! Io mi chiamo Wu e loro sono i miei amici bachi da seta... sono loro che fabbricano la stoffa che voi usate!» Con un gesto plateale indicò i vermi che, ignari, continuavano a scorrazzare sulle foglie.
«Come possono degli esseri così spaventosi fare un materiale così bello?» La voce di Celeste arrivò attutita dall’abbraccio dell’amica.
«Non hai mai sentito parlare della favola del bruco che si trasformò in farfalla? Apri gli occhi e guardati intorno senza paura: è tutto vero!» La bambina allora si consentì di aprire leggermente le dita, lasciando uno spiraglio appena sufficiente per osservare ciò che Wu le stava mostrando. «Questa è un’arte antica» continuò «per cui mi hanno chiamato direttamente dalla Cina, il mio Paese. Ora veglio su di loro, giorno e notte. Tutti sbagliano e pensano che il mio lavoro sia estenuante... ma non sono io che faccio tutto: sono loro! Io devo semplicemente aspettare. Aspettare e vigilare. Lo sapevate che per fare una matassa di filo, grande meno della vostra mano, ci vogliono anche quattro giorni? Quattro giorni in cui io non posso fare altro che portare pazienza e attendere che ognuno di loro, con il proprio tempo e i propri ritmi abbia finito».
«Ma è TANTISSIMO! Solo per aspettare che ci consegnassero i vestiti che aveva chiesto il don mi sono annoiato a morte! Decisamente, non potrà essere il mio mestiere. Mai e poi mai!» Lele incrociò quindi le braccia sul petto, con risolutezza.
«Eppure, sbaglio o alla fine di tutto hai avuto ciò che avevi chiesto? Anzi, probabilmente ciò che ti è stato dato dopo l’attesa ti è anche piaciuto... come dite voi, ne è valsa la pena? Ecco, io aspetto e quando loro hanno terminato, non solo mi hanno regalato ciò che poi diverrà della preziosissima seta, ma si trasformano anche in farfalle regalandomi questa meraviglia, ogni giorno.»
«Come a Natale, che è più bello del compleanno perché c’è tutto un mese di attesa!» Ambra doveva essersi ricordata di un momento speciale, perché le si illuminarono gli occhi.
«A proposito di attesa... dobbiamo tornare in oratorio!» esclamò Chicco, la cui pancia in quel momento brontolò sonoramente «... E ci conviene anche mettere qualcosa sotto i denti!»
«Dice il saggio della mia città: con pazienza, tutto si svelerà!» Wu aprì una porticina che si trovava giusto di fronte a loro, ma che non avevano notato nel momento in cui erano entrati. Passata quella, si ritrovarono in strada, le loro bici ad attenderli.

«Non mi ha convinto comunque: i lombrichi sono così raccapriccianti...» era inutile, nessuno avrebbe potuto abbellirli agli occhi di Celeste.
«Non hai capito: loro diventeranno farfalle! Sono magici! Anche io un giorno mi trasformerò come loro e mi spunteranno delle bellissime ali» disse Chicco mentre iniziava a pedalare verso casa del don, il pensiero della pizza fisso nel cervello.
«Sì, il problema è che adesso sei ancora un vermiciattolo...» Lele lo oltrepassò con una sonora pernacchia.
«Vermiciattolo a chi? Aspetta che ti prendo..!» Chicco accelerò per raggiungere l’amico che fece finta di scappare, mentre le bambine, tra le risate e gli applausi, facevano il tifo per l’inseguitore.

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