RACCONTO
RACCONTO
Era solo una piccola bugia...
«Il campeggio è stato spaziale: non mi sono mai divertita tanto! Ma tornare a sfrecciare per le strade della città con le nostre bici... questo un po’ mi mancava» L’urlo di Ambra raggiunse Celeste, Chicco e Lele nonostante la bambina fosse leggermente più avanti del gruppo.
«Considerando che era la prima volta che potevamo andare anche noi, e che temevo tanto che mi sarebbe mancata la mamma, è stata una settimana bellissima.» Il commento di Celeste, invece, fu quasi un sussurro.
«Che avventura stupenda e poi il tema che hanno scelto i nostri educatori è stato I-N-C-R-E-D-I-B-I-L-E. Ho imparato qualche trucco di magia pure io!» Chicco arrossì lievemente, come se fosse ancora incredulo.
«Sapete cos’è incredibile? Tornare in oratorio! Chissà se ci saranno anche gli altri... Michele mi ha detto che ha il nuovo pallone da calcio dei mondiali: non vedo l’ora di provarlo!» Nel dire questo, Lele accelerò, raggiungendo Ambra in testa. La bambina però si voltò e gli disse con tono di sfida: «Tanto lo sai che pallone dei mondiali o no, se sarai in squadra contro di me ti aspetterà solo un’amara sconfitta» e nei suoi occhi brillava già la competizione.
Di certo, nessuno di loro si aspettava quello che trovarono una volta giunti in oratorio.
«È tutto... imbragato!» esclamò Celeste. Il loro don aveva infatti deciso di ristrutturare la struttura, che ora si trovava sostenuta da impalcature e recintata da una bella rete arancione.
«Non potremo giocare a calcio almeno fino alla fine dell’estate, temo...» commentò Chicco.
Il volto di Lele, però, suggeriva che il bambino aveva già elaborato un piano: «Voglio andare a vedere cosa stanno facendo... chissà quanti macchinari sono all’opera!».
«Cosa stai farneticando? Finiremo per metterci nei guai o farci seriamente del male!» Celeste non era particolarmente d’accordo con la trovata avventurosa dell’amico, che si prese subito gioco di lei: «Hai paura del mostro di cemento?» mimando con le mani uno zombie. «Guardate, il cancello si sta aprendo per far entrare quella grossa betoniera. È il momento giusto: infiliamoci anche noi!»
«Avanti, avanti... fate attenzione... ecco, qui la betoniera sarà perfetta. E tu, Giovanni: raddrizza quel pilone che pende tutto verso destra! Mi raccomando Yuri con quel cemento, fai attenzione!» Il giardino dell’oratorio, famoso per ospitare le migliori finali di calcio del quartiere, era scomparso. Al suo posto si apriva un’enorme voragine nel terreno da cui spuntavano pilastri e lavoratori dal giubbotto catarifrangente e caschetto, che come piccole formiche salivano e scendevano, spostavano attrezzi e issavano palizzate. A comandare il tutto, urlando con la sua voce imperante, c’era un uomo grosso, dall’aria severa, completamente ricoperto di polvere.
I quattro amici si tenevano a debita distanza dal cantiere, ma nel contempo la curiosità era più forte della loro volontà e finirono per avvicinarsi ai lavori in corso. In questo modo non riuscirono a sfuggire allo sguardo di Marco, il geometra che sorvegliava tutto quanto.
«Bambini? Nel mio cantiere? Siamo completamente impazziti? Voi! Dico proprio a voi! Venite qui!»
«Te l’avevo detto io che avremmo finto per metterci in un pasticcio...» sibilò Celeste a Lele, mentre con fare intimorito si avvicinavano all’uomo, cercando di non urtare nulla e nessuno.
«Cosa ci fate qua dentro? Non avete letto i cartelli di lavori in corso, di divieto di accesso, di pericolo?»
«Sì, ma...» tentò di rispondere Chicco.
«E non sapete che se c’è scritto che solo gli addetti ai lavori possono entrare, allora solo gli addetti ai lavori sono autorizzati a entrare?»
«In effetti ha ragione lei, però…» neanche Ambra riuscì a interrompere la sfuriata del geometra.
«Però non mi sembrate degli addetti ai lavori, né i nuovi muratori, né tanto meno gli addetti al mastice che stavo attendendo.»
«Siamo i nipoti del muratore!» la risposta uscì da Lele tutta in un fiato.
Marco alzò un sopracciglio, scrutandoli tutti e quattro attentamente, senza che lo scetticismo abbandonasse il suo volto: «Ah, è così? E di che muratore, esattamente? Siamo in un cantiere che è appena iniziato, ne dirigo a decine».
«Ehm... di nonno Felice. Ci ha invitati qui perché eravamo curiosi di vedere il suo operato... e perché lui è molto orgoglioso del lavoro che sta svolgendo... sotto la sua direzione, ovviamente.» Celeste cercò di fulminare Lele con lo sguardo, ma le bugie del bambino ormai erano sgorgate senza rimedio. D’altronde era troppo curioso di osservare gli scavi e tutti i macchinari, anzi si stava già immaginando a scalare l’enorme gru che intravedeva dietro ciò che restava del canestro di basket. Mentire gli sembrava l’unico modo per uscire da quella situazione... e continuare a esplorare.
«Si dà il caso che qui c’è un muratore che si chiama Felice, anche se non sapevo avesse dei nipoti...» Il geometra avvicinò il volto barbuto a quello del piccolo, che aveva iniziato a sudare freddo. Lo tenne lì per un po’, lasciando che ci fossero solo pochi centimetri tra di loro. Poi lo ritirò e, non ancora del tutto convinto, sentenziò: «Ora, non so se quello che mi hai appena detto sia la verità o è solo una bugia per poter curiosare all’interno del cantiere. Sappi che se fosse una menzogna sarebbe un atto gravissimo da parte vostra. Per poter costruire un edificio, per poter essere responsabili di un progetto o anche solo della propria vita bisogna saper gettare solide basi. Mentire è come mettere sabbia al posto del cemento, in quei piloni che dovranno reggere la struttura. Se io ordinassi agli operai di fare così, quando il vostro oratorio sarà finito, voi rischiereste di andare nella cappellina del secondo piano e poi sentire tutta la struttura crollare, perché le fondamenta non erano abbastanza resistenti. Nella vita, come nel mio lavoro, le basi sono la parte più importante: senza di esse, senza delle solide fondamenta, nessuno di noi potrebbe stare in piedi. Quindi ora io vi lascio andare, perché voglio credervi» e li guardò di sottecchi. «Ma ricordatevi che se mi avete mentito, prima o poi verrà tutto giù, come un castello di carte. Allora, sarà peggio per voi.»
I bambini lo guardarono con gli occhi spalancati e le facce preoccupate. Pian piano iniziarono ad annuire con gesti meccanici, come a voler scongiurare le terribili conseguenze da lui descritte.
«Andate a trovare nonno Felice, ma tenetevi lontani dagli scavi. E soprattutto non toccate niente. E non date fastidio a chi lavora!»
Lele aprì la bocca in automatico, come per aggiungere altro, ma Celeste lo stava già tirando per la maglietta, trascinandolo via prima che potesse fare ulteriori danni. Il geometra nel frattempo aveva già iniziato a urlare le sue direttive agli operai e, anche se continuò a seguirli con la coda dell’occhio, non aggiunse altro.
«Oh lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo!» Celeste era infuriata e non appena furono lontani dalle orecchie del geometra si sfogò contro l’amico: «Seguirti è stata una pessima idea. Ti rendi conto del pasticcio in cui ci hai cacciati? Prima sei voluto entrare, poi ti sei messo a raccontare bugie e ora guardaci: siamo nel bel mezzo di un cantiere senza sapere dove andare e cosa fare!».
«Adesso calmati Celeste» Chicco cercò di rabbonirla. «Di cose da fare, direi che ce ne sono tantissime: in realtà sono proprio curioso di scoprire come hanno progettato di realizzare il nostro oratorio.»
La bambina, però, non lo stava ascoltando e continuò: «Si può sapere poi chi sia Felice?».
«A dire il vero, ho detto il primo nome da nonno che mi veniva in mente... c’è sempre un nonno Felice, in teoria!» La voce di Lele tremò mentre le rispondeva, ma durò solo un attimo: «Il progetto! Giusto: cerchiamo il progetto. Anche io voglio vedere come sarà il nuovo oratorio!».
Ora che avevano un proposito i bambini si attivarono con decisione e, dopo aver circumnavigato la voragine, puntarono verso il prefabbricato dell’architetto, dove erano sicuri che fossero custoditi i disegni e le opzioni per la realizzazione finale della costruzione.
Per arrivare lì, però, dovevano passare per una parete dell’edificio che era già stata innalzata, dove due uomini stavano discutendo animatamente. O almeno, dove un muratore, affacciato da un’impalcatura al primo piano, urlava a un signore che reggeva un trapano e sembrava non prestargli minimamente attenzione. Indossava una tuta da lavoro grigio scuro e un enorme, vistoso paio di cuffie sembrava isolarlo dal mondo.
Gli amici dovevano necessariamente transitare da lì, quindi si avvicinarono ai due, sperando di non inciampare in altri guai. O in qualche macchinario.
«Certo che quel muratore può urlare quanto vuole, l’altro non lo ascolterà mai: da quelle cuffie... esce musica!» Ambra, si voltò sbalordita verso gli altri.
«Questa è la 25esima di Chopin!» Celeste, che di musica se ne intendeva, era ancora più meravigliata dell’amica.
L’operaio iniziò ad avvitare una sbarra con i suoi attrezzi e i quattro colsero l’occasione per tentare di superarlo. Ecco, però, che l’uomo fece un passo indietro, ammirando il lavoro fatto, per poi chiudere gli occhi e accennare a un passo di danza. Fu allora che, malgrado le attenzioni degli amici, avvenne lo scontro. Celeste riprese a litigare con Lele, dandogli la colpa di questa ennesima disattenzione, Ambra e Chicco si intromisero per placare gli animi, ma finirono solo per peggiorare la situazione e quello che seguì fu un concitarsi di voce, una sopra l’altra. L’uomo però non sembra interessato al litigio dei bambini. Non poté fare altro che guardarli basiti: una grande O sembrava dipinta al posto della bocca, al di sotto del vistoso paio di baffi che gli caratterizzava il viso. La situazione di stallo venne risolta da Ambra, che si avvicinò a lui e con delicatezza gli tolse le cuffie dalle orecchie. «Bambini!» Fu la prima cosa che esclamò. Stranamente non c’era rabbia o angoscia in lui, ma pura e innocente curiosità. «Non avevo mai visto dei bambini in un cantiere.»
«Noi non volevamo urtarla, signore, e ci dispiace tantissimo averla disturbata nel suo lavoro. Però, a essere sincera, non è molto sicuro questo paio di cuffie: c’è il rischio che non si accorga di quanto le succede intorno» disse Ambra mentre gli porgeva ciò che aveva tolto.
«Questo paio di cuffie serve per proteggere i miei timpani dai rischi del mestiere. Io faccio il serramentista e con i vari avvitatori, trapani e attrezzi c’è il rischio che si lesioni l’apparato...»
«Ma se ascoltava la musica a un volume assordante!» Il momento dopo aver pronunciato quelle parole, Celeste si tappò la bocca con le mani, consapevole di aver fatto la mossa sbagliata. Infatti l’operaio impallidì vistosamente, nonostante l’abbronzatura estiva.
«Io... ehm... serve a...» iniziò a farfugliare, ma poi si sciolse: dopotutto erano solo bambini. «Oh non lo dite al responsabile della sicurezza, ve ne prego! E nemmeno all’architetto! Mi hanno già rimproverato troppe volte e temo che questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso» e dicendo questo si accucciò nell’unico antro d’ombra fornito dal muro appena costruito. Gli amici gli furono subito intorno, cercando di consolarlo. «Non lo diremo all’architetto, anche se stavamo cercando proprio lui, a dire il vero…» ma uno sguardo di fuoco fece morire a Chicco le parole in gola.
«Stia tranquillo, non vogliamo metterla nei guai... però ecco, ora sono curiosa: perché ascolta la musica a quel volume?»
Il serramentista guardò la bambina, annuì con la testa e le rivelò: «Perché la musica classica è la mia grande passione! Da bambino avrei tanto voluto entrare in un’orchestra sinfonica – soprattutto per suonare il violino –, ma mia madre non voleva che passassi la mia vita dietro questo sogno, senza riuscire mai a realizzarmi. Così, un Natale, mi regalò una cassetta degli attrezzi giocattolo, sperando di farmi tornare con i piedi per terra...».
«Non so se ci sia riuscita!» Chicco sghignazzò e l’operaio con lui, forse si era tranquillizzato e gli stava tornando il buonumore.
«Missione compiuta, ma solo in parte: di tutto quello che c’era dentro, scelsi un piccolo avvitatore, mi avvicinai alla finestra... ed eccomi qua, tutti questi anni più tardi!»
«Scelta strana per un bambino!» commentò Ambra.
«Non so, c’era qualcosa nel suono che produceva, che mi ricordava lo stridio dei miei amati archetti. Poi, fare il serramentista ha qualcosa a che fare con la protezione: mettere le finestre, le porte e le serrature vuol dire proteggere il lavoro che tutti questi operai hanno fatto prima di me. Non solo: vuol dire proteggere una casa e coloro che la abitano.»
«È molto bello quello che ci sta dicendo...» disse Celeste con un filo di voce. «Mi dispiace per averla rimproverata tanto prima.»
«Avevi ragione, la mia musica è troppo alta e io sono consapevole di sbagliare. Però ho scoperto che tenere le cuffie mi tiene al sicuro, non solo dal rumore dei miei attrezzi, ma anche da arrabbiature e discussioni inutili con i miei colleghi. Se non li sento, non possiamo litigare! Così, a fine giornata siamo tutti più felici e possiamo andare a fare un aperitivo insieme.»
«Ma così lei fugge dai problemi e non li risolve!»
«Certe volte le persone quando sono arrabbiate dicono parole che non pensano. Io metto una distanza, prendo tempo: così i problemi si possono affrontare da una prospettiva diversa… e davanti a un bel tè freddo!»
I bambini scoppiarono a ridere e ammisero che si trattava di una tattica efficace.
«A proposito di protezione» aggiunse all’ultimo il serramentista «io non ho mai visto dei bambini in un cantiere, ma vi regalo questi» e consegnò loro dei caschetti. «Così, dall’architetto o ovunque dobbiate andare, sarete protetti e al sicuro anche voi!»
«PARIDE!» un urlo in quel momento li raggiunse. «Finalmente ti sei levato di dosso quella diavoleria infernale: adesso puoi ascoltarmi!»
Il serramentista, suo malgrado, volse lo sguardo verso l’alto. Lì si trovava il muratore che, quando i bambini erano arrivati, stava urlando invano. Era molto anziano e i canuti capelli spumosi confermavano tutto ciò, oltre a un paio di occhialini a mezzaluna che continuavano a cadergli sulla punta del naso adunco, nonostante gli evidenti tentativi dell’uomo di evitarlo. I vestiti erano ricoperti di terra a chiazze e in quel momento staccò una mano dalla carriola che aveva trasportato fino al piano rialzato per detergersi la fronte. Con il risultato finale di sporcarsi ancora di più il viso.
«Fe-fe-felice» la voce di Paride tremava. «Scusa se non ti ho risposto subito, ma lo sai... tutti questi trapani fanno un rumore assordante!»
«Felice?!» Lele ripeté stupito il nome del nuovo incontro, e i suoi amici gli fecero immediatamente eco. Solo allora, congiungendo le sopracciglia verso l’apice del naso e con uno sforzo della vista, l’anziano muratore sembrò accorgersi di loro.
«Oh bella, certo che i tempi sono proprio cambiati! Non mi era mai capitato di vedere dei bambini in un cantiere! Oh dove andremo a finire con questo mondo! Paride, ciapami una cadrega che scendo giù!»
Lele si volto basito verso i suoi compagni: «Beh, ve l’avevo detto che c’è sempre un nonno Felice!».
L’anziano muratore, benché fosse ancora in forze, si accasciò sulla sedia sfinito dal lavoro e dal caldo. Il serramentista lo rimproverò: «Felice, quante volte te l’ho detto: devi lasciare fare i lavori più pesanti a quelli più giovani!».
«Sono proprio quelli “più giovani” a chiedermi di intervenire... Felice di qui, Felice di là, non capiamo questo meccanismo, abbiamo un problemino... Io sono ancora utile! Poi, certo che ai miei tempi si era indipendenti da subito, ma cosa ci posso fare? Sono le nuove generazioni... e poi mi sento ancora necessario quando posso risolvere i loro pasticci!»
«A proposito di problemi...» Chicco non voleva tradire la fiducia dei suoi amici, ma si trovavano in una situazione delicata e prese la decisione di chiedere il consiglio all’esperto muratore. «Deve sapere che noi siamo entrati qui dentro con un inganno... eravamo tanto curiosi di vedere il nostro nuovo oratorio e adesso siamo in un pasticcio. Però, la prego, ci aiuti: ci accompagni dall’architetto a vedere il progetto della costruzione finita!»
«Questa è proprio bella! E che banfàda, che bugia avete mai raccontato?»
A quella domanda, il gomito di Celeste si andò a piazzare con precisione tra le costole di Lele, che così si trovò costretto a confessare: «Ehm, che lei... che lei è nostro nonno! Ma non sapevamo che lei fosse lei, cioè che esistesse davvero... Glielo assicuro, è stato solo un caso, ho detto il primo nome che mi veniva in mente...».
Il volto di Felice attraversò varie gradazioni di rosso e vari livelli di arrabbiatura, ma alla fine esplose in una sonora risata e dovette tenersi forte la pancia per non rischiare di scivolare dalla sedia. «È la prima volta che mi ritrovo nonno! E per giunta di quattro, in un solo colpo!» E continuò a essere scosso dai singhiozzi per una decina di minuti buoni mentre i bambini si osservavano la punta delle scarpe, tra la mortificazione e l’imbarazzo. Quando l’anziano si fu calmato, tornò a concentrarsi su di loro: «Ciò che avete fatto è profondamente sbagliato, lasciatevi consigliare da chi ha esperienza, ma secondo me ormai lo avete capito. Inoltre, voglio confessarvi una cosa: anche io quando ero un pischello, suppergiù della vostra età, mi intrufolavo nei cantieri per vedere gli scavi. Sono sempre stato troppo curioso, ma vi avverto: prima o poi anche per voi arriverà il momento di affrontare le conseguenze delle vostre sconsideratezze. Per questo, e perché ormai dedico il mio lavoro e la mia esperienza al risolvere i guai degli altri vi accompagnerò dall’architetto». Si alzò, gli amici trottanti dietro di lui. D’un tratto si voltò e li ammonì un’ultima volta, il sole che illuminava i capelli bianchissimi, regalandogli una strana somiglianza con i vecchi stregoni dei racconti: «Ricordatevi delle mie parole: non potrete scappare per sempre dalle conseguenze delle vostre azioni, sia che siano state volontarie» e guardò a lungo Lele «sia che siano state le conseguenze di quelle altrui» e fissò gli altri a turno, per poi aggiungere: «Avete sempre la possibilità di compiere una scelta diversa, anche quando non sembra».
Il gabbiotto dell’architetto era un prefabbricato anonimo, che i riflessi del sole resero accecante agli occhi dei bambini, in quell’assolato pomeriggio estivo. Certo, ognuno di loro aveva fantasticato nella propria mente, sia su come sarebbe stato l’incontro con lui, ma soprattutto sull’aspetto del loro nuovo oratorio. Come sempre, però, la realtà li sorprese in una maniera inaspettata.
«Okay, okay, that’s all right. Ciao ciao.» L’architetto aveva appena riposto il cellulare in tasca dopo una chiamata, quando gli amici entrarono. Bionda, con qualche ciocca più scura, il tutto raccolto in un’alta coda di cavallo; la piega perfetta dei pantaloni e la camicia come appena stirata non la impacciavano nei movimenti frenetici e nervosi, di chi ha sempre troppe cose da fare.
«Ecco, questo non l’avevo messo in conto» e Chicco si voltò verso i suoi amici, con lo sguardo impacciato.
«Bene, ma adesso che siamo qui... cosa facciamo?» sussurrò Ambra di rimando.
Il volto di Lele si aprì in un sorriso, quando le rispose: «Ora capiamo se il nostro nuovo oratorio ci piacerà!». E immediatamente fece un passo in avanti, per rompere il ghiaccio. «Buon pomeriggio! Ci scusi l’intrusione, ma passavamo di qui... ed eravamo curiosi di capire che aspetto avrà il nostro nuovo oratorio... perché state ristrutturando l’edificio, giusto?»
«Avrà un campo da calcio regolamentato?» Ambra non poté trattenersi dal domandare.
«Ci sarà un ampio salone, con le casse, il proiettore e tutto l’impianto?» si intromise invece Celeste.
«A me, invece, quello di prima non dispiaceva neanche troppo...» commentò Chicco, ma un’occhiata scura dei suoi amici mise a tacere ogni rimostranza.
«È proprio voi che stavo cercando!» Con questo, la giovane donna lasciò cadere i rotoli dei progetti sul tavolo.
“Ci hanno scoperto e adesso ci puniranno!” Come un lampo, questo pensiero attraversò la mente dei quattro. Invece, l’architetto corse ad abbracciarli, come se li conoscesse da sempre. O come se avessero la chiave nascosta per la buona riuscita di qualcosa. «That’s great!» si permise, in ultimo, di esclamare.
«Ehm... ne siamo felici» rispose Ambra «... ma per cosa?»
«Oh scusate, giusto, a volte mi dimentico che non tutto quello che avviene nella mia testa è facilmente leggibile da fuori... è che sto gestendo un po’ troppe cose insieme e il risultato è che mi scordo di tutto... anyway! Voi siete la chiave per questo progetto: è il vostro oratorio quello che devo costruire da zero, giusto? Beh, adesso voi mi direte se ciò che ho pensato fa al caso vostro, se vi piacerebbe passarci qui i pomeriggi, se vi fa contenti in poche parole.»
«Wow, nessuno aveva mai desiderato sapere così tanto la mia opinione. Su un programma importante, oltretutto!» Tutt’un tratto, Ambra si accese di possibilità.
«Questo, invece, è exactly ciò che desidero io!» E l’architetto batté il palmo della mano contro il suo, in un sonoro cinque.
«No, ascolti, prima però mi deve spiegare perché ogni tanto inserisce delle parole così, in inglese, che mi sta confondendo tutto! Cos’è, una fans?» Enrico si portò le mani in testa, in un’esagerata espressione di disperazione.
«No, kid, non hai capito... io sono americana!» Quando vide gli occhi dei quattro spalancarsi, però, si affrettò ad aggiungere: «Vi racconto la mia storia, così capirete meglio. Mi chiamo Jules e sono originaria del Texas, dove mi sono laureata a pieni voti in architettura. Sono sempre stata una bambina fortunata e ho unito la mia passione per i viaggi al mio lavoro. Sapete, mio padre girava spesso per il mondo, perché lavorava sulle piattaforme petrolifere. Io ogni tanto lo seguivo e mi portava a vedere città enormi e città piccolissime. Luoghi pieni di storia e mistero si sommavano nella mia testa a metropoli d’avanguardia in cui piccoli marziani mi sembravano arrampicarsi su immensi edifici di vetro. Non c’è modalità di costruzione che io non abbia studiato e, appena possibile, sostavo in un Paese per apprendere i segreti di progettazione, direttamente dai maestri del luogo. Un giorno venni a trovare mio padre in Italia e PAC: fu amore a prima vista!».
«Bona la pizza, eh?» commentò Chicco, con l’aria di chi la sa lunga.
Jules si lasciò andare a una piccola risata, per poi riprendere: «Certo, questa nazione è meravigliosa sotto molti punti di vista, ma forse voi non vi rendete conto che camminate sulla storia: gli anfiteatri greci, i resti di Pompei e poi ancora la cappella Sistina, la torre di Pisa, la cupola di Brunelleschi a Firenze e infine il Duomo. Quando sono venuta a Milano sono rimasta talmente affascinata che non me ne sono più andata. Ho chiesto ospitalità a un gruppo di sacerdoti e loro mi hanno portato in un oratorio: non ne avevo mai visti prima. Da allora, sogno di costruirne uno. Ed eccomi qua, con la mia grande occasione».
«La tua vita è assolutamente, incredibilmente, strepitosamente PAZZESCA!» Lele fece un salto, con il pugno steso verso l’aria come Superman, per mostrare meglio quanto fosse convinto delle sue parole.
«Te l’ho detto, che sono una ragazza fortunata: ma adesso entrate in gioco voi. Nei miei viaggi ho scoperto che la chiave del successo di un architetto, in ogni tempo e a prescindere dal luogo, è capire esattamente che cosa desiderano le persone e poi cercare una via di mezzo. Quindi forza, voglio sapere qual è l’oratorio dei vostri sogni... nei minimi dettagli!»
I bambini si guadarono e lasciarono che la fantasia prendesse il controllo delle loro menti: non era mai stato così bello parlare con un adulto.
«Credo che qui qualcuno mi debba una spiegazione. Credo anche che me la debba abbastanza velocemente.»
I bambini erano così assorti nel raccontare i loro strampalati progetti per il nuovo oratorio all’architetto, che all’udire quella voce scattarono sull’attenti, come appena risvegliati da un sonno profondo. Dritta davanti a loro, immobile e parecchio arrabbiata, c’era una ragazza giovane con il naso dritto e i capelli di un rosso scuro, tagliati molto corti. La cosa più buffa, però, era il suo abbigliamento: ai piedi portava un paio di scarpe pesanti, con la punta rinforzata in metallo; indossava un vistoso giubbotto catarifrangente e stringeva nelle mani una cartellina colma di fogli. A coronare il tutto, in testa indossava un caschetto uguale a quello che aveva donato loro Paride il serramentista. Si sarebbe quasi detto che fosse un’addetta alla sicurezza. Nel giungere a questa conclusione, gli amici furono terrorizzati.
«Giusto per sapere, prima di entrare in panico per niente… lei sarebbe l’addetta alla sicurezza, giusto?» domandò Chicco a nome di tutti, cercando di ingraziarsi la nuova arrivata.
«Si chiama RSPP e sta per…»
«Raramente Simpatica Piacevole Persona?» bisogna ammettere che il bambino si era sforzato, ma la ragazza non era in vena di scherzare e con uno sguardo furioso terminò la spiegazione: «… Responsabile Sicurezza Prevenzione Protezione».
«Ci lasci spiegare, noi...» iniziò Lele, che sperava nuovamente di potersela cavare con l’uso della sua sfrenata immaginazione.
«Sono disposta a lasciarvi spiegare solo se mi garantite che c’è un motivo plausibile, ragionevole e legale per cui voi, quattro bambini delle elementari state gironzolando per un cantiere. Senza permessi, senza le autorizzazioni adatte e in totale pericolo.»
Lele stava per provarci di nuovo, ma Ambra lo precedette: «No, ci dispiace tanto signora, ma non possiamo». Doveva avere assunto un’espressione davvero triste e mortificata, perché la responsabile della sicurezza –che si chiamava Silvia – addolcì il suo atteggiamento e si accucciò, per trovarsi alla loro stessa altezza. «Voi lo capite, vero, che io non ho nulla contro di voi e non vi voglio sgridare perché mi diverto? So che, qualsiasi motivazione vi abbia spinto qua dentro – sia che lo abbiate fatto per curiosità o per una sfida o perché ci tenete tanto a questo luogo –, eravate convinti di non fare nulla di male e che non avete danneggiato in alcun modo il lavoro altrui. Ma io non vi posso lasciare qui. Lo faccio per la vostra stessa sicurezza. Lo faccio per la sicurezza di tutti gli operai e i lavoratori che si trovano qui dentro che sono all’opera da stamattina e non possono prestarvi la giusta attenzione. Lo faccio perché così il vostro don non si troverà nei guai.»
«Quindi adesso ci accompagnerà fuori?»
«Quindi adesso camminerò con voi fino al cancello e cercherò di tirarvi su il morale, ma voi dovete promettermi che avete capito a fondo la lezione.»
Così i bambini, accompagnati da Silvia, scherzarono con lei fino all’uscita del cantiere. Quando giunse l’ora di separarsi, non erano tristi o arrabbiati: nel profondo sapevano fin dall’inizio di aver sbagliato e ora erano pronti a tornare a casa, con un’altra avventura nello zainetto.
Stavano giusto per iniziare a pedalare quando una voce dall’interno del cantiere li fece voltare: «Uè ninetti!». Era Felice, l’anziano muratore, che agitava la mano nella loro direzione: «Visto che non ho nipoti, stavo pensando che l’idea di averne quattro in un colpo solo tutto sommato non mi dispiace. Quando avete voglia di fare una partita a burraco con un vecchietto come me, fate un fischio… però non si bara e non si mente».
«Non si preoccupi nonno Felice: dire le bugie è meno divertente di quello che pensavo… e non mi è servito per salire sulla gru!»
Così Lele, Ambra, Celeste e Chicco tornarono a casa, senza aver giocato a calcio, ma dopo aver vissuto un pomeriggio unico. E con un nonno in più nelle loro vite!
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